Sono qui.
Ti aspetto, non sono sul fronte russo, ma il mio cappello parla per me.
Sono qui, e palpito, respiro, gioisco per te.
Sono qui, e sento la terra che mi si avvinghia alle caviglie, non mi lascia più andare, e il cielo mi tiene la testa con le nuvole, per evitare che cada.
Sono qui, e aspetto. Aspetto la mia Sophia. La mia Sapienza. La mia Luce. E tremo. Perchè la vita è un’attesa, ma fosse inutile? Un fuoco fatuo. Sono freddo. Sono caldo. Un momento è un’eternità.
Sono qui, e posso muovermi. Posso andare ovunque. Ma ho pregato la Terra di avvinghiarmisi ai polpacci, ho implorato il Cielo di aiutarmi a stare in piedi nell’unico punto dell’Universo in cui sarei Super – Io.
Qui, ad aspettare te.
Vedo laggiù campi, città, mare e montagna. Vedo Agarttha, vedo la città Proibita, vedo l’Ombelico del Mondo, vedo l’ignoranza che soccombe la Scienza, vedo il Sapere punito dalla Paura, vedo i cavalieri dell’hashish, vedo la Nascita. Ma niente mi attrae ora di questo mondo inutile senza il suo motore, senza il Sole.
Ora rimango ad attendere il mio unico possibile Destino tra infinite possibilità di vivere, come il pescatore davanti al fiume, come l’uomo vicino la donna.
E soffro.
8 gennaio 2007
[… Muri levigati, fresche stanze, serramenti doppio vetro in legno, vuoto disegnato e pieno di sè. Tutto è da riempire. Mobili libri cataste letti coperte emozioni. Tutto è in divenire, la certezza è che sia tutto mio. La sensazione è quella della libertà in uno spazio chiuso. La mente attiva come non lo è mai stata. Sono me stesso, sono la mia sintesi, sono il mio fantomatico Demiurgo. Mi sento fatto di Das. Lavatemi e modellatemi. Sono creatura viva in potenza. Nessuno nessuna nient’altro in nessun posto in nessun modo. Tutti tutte ancora e dovunque come vi pare.
No rumori
no discussioni inutili
no influenze negative, ignoranti, bigotte, stupide e solo bonarie
no niente di tutto questo.
Solo io, i libri, la mia energia, disegni, computer, macchina da presa, Bici al muro, piante, letto giapponese color rosso indaco per terra ornato di un baldacchino di veli, neon colorati per stanza; una cucina, piccola e modesta, un bagno piccolo e accogliente che permetta di generare mostri e pensieri e idee.
Un grande tavolo da lavoro, un pannello al muro a cui attaccare appiciccare e vedere-nel-complesso. E caldo in inverno e fresco d’estate. E musica. E film. Sempre, sempre nuova e nuovi. Pennelli e un cavalletto. E luce naturale grazie, sì, se possibile. Una finestra da cui poter vedere il cielo di notte dal mio letto e da cui la luce penetri la mattina per svegliarmi. Tavoli ricostruiti da porte, mobili antichi e rotti, piatti design giapponese, bacchette, dvd, e libri libri libri, solo e sempre libri…]
23-12-06
Anno 2012. 12, 12 , 1 e 2, 2 e 1. Dodici, do-di-ci. Tre sillabe. Tre per quattro, dodici. Tre, il numero perfetto e compiuto, quattro i lati del quadrato, simbolo della Terra, che racchiude in sé ed è contenuto dal cerchio, simbolo del Cielo.
Nell’interpiano dove vivo nessuno mi può scoprire. Dall’esterno non si può intuire l’esistenza di un locale a quest’altezza perché non ci sono finestre, e dall’interno, salendo le scale è impossibile accedervi perché la porta di ingresso non è nel solaio di arrivo. No, per entrare nel mio rifugio bisogna sapere usare l’ascensore nel modo giusto. Un po’ come avevo visto in un film tanti anni fa. Il regista, che come me ora avrà trovato un posto sicuro, mi aveva dato l’idea un anno fa quando iniziò la Cristallizzazione. Comprando l’appartamento sottostante cercai di modificare gli spazi in previsione di questi tempi di Luce. Pensai ad un piano tra i due piani, bassissimo, ma che mi permettesse di sopravvivere. Un metro e ottanta, giusto per stare in piedi.
A volte mi piace passare i miei pochi capelli sul soffitto per sentirli carezzare la superficie intonacata. A volte mi alzo in punta di piedi, e mi curvo un po’, e il mio viso sente la calce, sente l’odore di muffa, le vibrazioni del passo sicuro e profondo del Battaglione Rosso che si è stabilito nel palazzo. Per entrare qui dove sto io, bisogna usare l’ascensore e bloccarlo nel punto giusto, esattamente tra l’undicesimo e il tredicesimo piano.
Con l’avvento della Cristallizzazione, si sa, ovunque nel mondo il numero dodici è stato bandito. Non si scrive più, né con numeri arabi, né romani antichi. È stato bandito anche in tutti i palazzi, grattacieli, navi. Non ci pensai subito quando creai l’interpiano, incredibilmente però, se io esistessi, sarei al dodicesimo piano. Quando me ne resi conto, mi misi a ridere talmente che forse qualcuno mi sentì, perché si udirono sedie spostate e discorsi su come far pulizia oggigiorno, oggi che è stato bandito il riso. Allora ingoiai l’allegria e quella fu l’ultima cosa che dissi. Da un anno a questa parte, sono gli altri che parlano. E io li ascolto, nella mia tomba di mattoni e cemento. Senza luce né elettrica né naturale, vivo nel buio. Contrariamente a quanto si possa pensare, non è così drammatico. Bisogna solo abituarsi. L’occhio non vede ma la mente sì. Non nel senso che, come uomo senza vista, vado a tastoni per trovare oggetti o prendere e spostare e andare in bagno. No, semplicemente non vedo con gli occhi. Ma la mia mente vede benissimo.
Come i pc di una volta, quelli che avevano bisogno della tastiera per poterli utilizzare. Quando nel 2010 scoppiò la Sindrome Mentale Globale, l’uomo non ebbe altro bisogno che quello di pensare ciò che il pc avrebbe dovuto fare. Senza muovere un mignolo. Ecco, voi uomini del mondo esterno, che conoscete queste cose meglio di me, pensate che più o meno utilizzo lo stesso metodo per vedere qui nel mio rifugio. Invece, in mancanza di computer, per scrivere queste memorie ho riesumato l’arcaica biro. Spero solo che i rumori che produco non mi facciano notare dal Battaglione Rosso. Vorrei poter finire di scrivere queste memorie prima di essere trovato da loro. Perché verrò trovato da loro prima o poi, come una moderna Anna Frank. Chissà perché l’uomo, in isolamento o in esilio, ami scrivere della sua vita. Forse si ha paura di se stessi, forse bisogna affrontare la terribile verità che nasconde ogni vita umana. So che morirò in ogni caso, o di fame o per mano del Generale Empty. Sento che mi sentono, vedo che mi vedono. Solo non capiscono dove possa essere questo topo che si aggira nel palazzo e dà incubi e pena ai suoi soldati e a lui. Non sanno che sono proprio in mezzo a loro.
Purtroppo però le mie forze stanno venendo meno. Il cibo scarseggia e mi è sempre più difficile recuperarlo dall’esterno. Eppure c’è qualcosa, forse il mero orgoglio, che mi spinge a rendere la vita impossibile il più possibile ai militari piuttosto che cercare di salvare la mia vita fuggendo. Ho sempre odiato i militari. Fin da giovane. Oddio, da giovane è comprensibile, rappresentano in qualche modo l’ordine costituito, rappresentano il sistema di valori che a quell’età si vuole solo distruggere. Li odio ancora di più dopo aver vissuto quest’anno di ombra a stretto contatto con loro. Li odio per la loro tremenda stupidità. Sono terribilmente sciocchi, e hanno potere sulla vita di altri.
Mi fermo. Sento gracchiare sul soffitto. Per oggi dovrò smettere.